Daniela Dian

                          VISIONE  POLISEMICA  DEL SACRO

                NELL’ ARTE  CRISTIANA  DI  DANIELA  DIAN

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Una consapevole suggestiva ibridazione semantica e stilistica, la contaminazione di idee alle sorgive della tradizione biblica ed iconica e dei canoni linguistici dell’arte visiva europea e del vicino oriente distingue l’arte cristiana di Daniela Dian (nata a Torino,1962 e quivi formatasi come artista, vive e lavora a Marina di Ginosa -Taranto).

Flavio Caroli suddivide, in un semplificato quanto pertinente schema critico, lungo tre snodi temporali la storia della pittura tra il medioevo e la nostra contemporaneità: alla sua genesi l’arte è manifestazione di Dio nelle immagini, del cristianesimo trascendente, l’arte moderna è quella che, avendo al centro l’uomo, si può definire del cristianesimo umanistico, il terzo tempo della storia, quello che vede spalancarsi per l’uomo il “nebuloso spazio delle vertigini”, la profondità interiore dell’inconscio, è l’arte della soggettività, dell’immanenza, oggi decisamente non più cristiana. Ci si può chiedere se fare arte cristiana, o sacra tout court, non sia anacronistico in un occidente scristianizzato, che le orme del sacro le ha smarrite da un pezzo. Non è di fuori ricordare il celebre discorso, caro agli ambientalisti, del capo indiano Seattle al governatore del nuovo stato di Washington: “ Ogni pezzo di questa terra è sacro per il mio popolo . . dell’uomo bianco la terra non è sorella, ma il suo nemico . . i cani dell’avidità la divoreranno e lasceranno solamente il deserto”.

La cifra pittorica di Daniela Dian attinge alle fonti del sacro, del mistero cristiano. L’arte è nella dimensione del sacro quando il suo linguaggio tocchi le domande che abitano l’uomo, le verità profonde dello spirito e le manifestino. In questo senso autori di arte sacra sono stati un credente come Roualt e artisti, i più diversi, che alla fede non facevano e non fanno riferimento: da Monet, Cezanne, passando per pittori come Chagall, Rothko, Newman, come Bacon e il nostro Morlotti, la cui dimensione ispirata al sacro è stata messa a fuoco dal visionario scrittore e critico cristiano Giovanni Testori, arrivando ad oggi, quando l’arte si avvale dei mezzi e materiali più vari, come il video di Bill Viola nell’opera Emergence del P.Getty Museum di Los Angeles, le luci colorate al neon del minimalista Dan Flavin che illuminano la “chiesa rossa” di Santa Maria Annunciata a Milano.

Vive di una polisemia fascinosa la pittura di Dian. Nella misura che viene da lontano, ispirata com’è, sul piano tematico, a una tradizione di immagini poetiche e visive che dalla sapienza ebraica del Cantico dei Cantici passando per i misteri cristiani arriva al volto della Sindone conservata a Torino e, sul piano stilistico, della linea-segno e del colore-segno, a un’ibridazione di rimandi, di suggestioni linguistiche che toccano le policromie musive bizantino-ravennati, le tecniche giocate sulle vibranti cromie di luce del gotico delle cattedrali, la fantasia poetico-evocativa di coloristi come Chagall e Mirò.

 Se fare arte cristiana - Dio  alla ricerca dell’uomo, l’uomo alla ricerca Dio – è ancora e sempre possibile, è anche vero che farla è impresa quasi eroica. La chiesa cattolica romana per secoli è vissuta e si è mossa su una dimensione estetica, ha testimoniato e predicato il messaggio evangelico con le immagini dell’arte. Quel tempo è finito per sempre, sono finiti il mecenatismo, la committenza di gente di chiesa che sapeva di teologia e di arte, a quarant’anni dal Concilio Vaticano II, osserva il gesuita critico d’arte Andrea Dall’Asta, il panorama dell’edilizia cristiana è una terra desolata, poche cose hanno dignità di architettura. E poche le opere all’interno delle chiese che, come quelle di Viola e Flavin, hanno dignità di arte visiva.

 La pittura di Dadì – nome d’arte dell’artista torinese-tarantina -  ha dignità sicura. Appare frutto di una sicura sensibilità di fede, di una cultura biblica e teologica raffinata che tra gli artisti appartiene a meno che pochi, di un retroterra di conoscenza letteraria e visiva profonda. Lega insieme i tre snodi della storia dell’arte detti da Caroli nella misura che è l’ontologia, sono i caratteri dell’Essere divino,  della verità trascendente che l’artista interpreta e, insieme, li indaga alla luce del suo vissuto esistenziale, della soggettività, dell’io profondo. E’ pittura contemporanea nella misura che risponde alla linea analitica della modernità, che parte sempre da un’idea della mente, concettuale e la realizza nella cifra visiva. E, al contempo, è classica nella misura che risponde ad un assetto formale, ad un’estetica tradizionale del bello.

 Rudolf  Bultmann, il teologo e storico delle religioni tedesco , rinnovatore dell’esegesi biblica, ha spiegato che il mondo che la fede vuole comprendere si spiega alla luce non del dato della storia e della scienza quanto della rivelazione che colpisce l’esistenza singola e comunitaria, dell’esperienza dei credenti, della predicazione delle chiese, della cultura.

Così la simbologia cristiana che innerva la pittura di Dadì è quella che ci viene dalla tradizione iconografica secolare ma rivisitata nel fuoco e nella luce del kerigma di oggi, la cerniera tra il messaggio di Gesù e la storia dei nostri anni. Si guardi un lavoro esemplificativo della dialettica arte-fede dell’artista: l’olio del 2008“La lotta di Giacobbe con Dio e la conversione di Saulo”, dipinto su toni di monocromo azzurro,  colore che Alberto Boatto ha definito simbolico “della distanza, della trascendenza, estraneo all’uomo”. Evoca, legandoli insieme, due racconti biblici e due icone capitali della dialettica visiva arte-fede occidentale, di Gauguin e Caravaggio. Potremmo chiamarlo in Daniela Dian il duplice racconto dello stupore, richiama il pensiero di un grande filosofo cristiano, Soren Kierkegaard, luterano in rotta con la sua chiesa, precursore dell’esistenzialismo, che fonda il suo pensiero sul dilemma che da sempre connota la sequela di Cristo: l’accettazione dell’alterità distante di Dio, del “paradosso” della croce, della solitudine e dell’”angoscia” del “singolo” a fronte del “collettivo”, problema di sempre che, in tempi di massificazione post-moderna, è, se possibile, ancora più acuto. Polisemico come la simbologia denotativa dei racconti e delle figure di Dadì è il lessico della sua pittura. Vira dalla molteplicità figurativa dei punti di vista di matrice picassiana a una composizione struttiva di stampo astratto-concreto. Richiama nelle accensioni cromatiche cangianti, talora caleidoscopiche, ispirate a storie bibliche, alle allegorie del Cantico dei Cantici, le vetrate colorate delle cattedrali gotiche, espressioni della luce divina che rompeva, in armonia architettonica, la vertigine ascensionale delle murate, preghiere di pietra, mai finite perché da una generazione all’altra si tramandava la tensione spirituale della comunità cristiana. Richiama, nelle varianti a tecnica mista di figurazione del Volto sindonico, le campiture assolute, gli arabeschi bidimensionali, le trapunte musive gemmate, a tessere a mixel, della tradizione iconica bizantina. Richiama le lievitazioni, i voli aerei degli innamorati del Cantico dei Cantici in Marc Chagall, il misticismo lirico ebraico di specie chassidica di opere come la “Crocifissione bianca” del pittore russo che piace tanto a papa Francesco.

 E’ colorista sapiente Dadì. Il cromatismo timbrico, squillante della sua tavolozza conosce ogni segreto e valenza simbolica dei colori, gioca i caldi e i freddi, i fondamentali e i complementari con sensibilità attenta alla loro valenza simbolica. Il suo approccio al Cantico dei Cantici ne coglie visivamente l’essenza  profonda, la stessa rivelata nella splendida, allusiva traduzione della Scrittura biblica data da Ceronetti: sensuosa e spirituale, terrena e satura di accensioni pentecostali, profana e sacra, eros e agape. La sua pittura è musicale, il timbrismo come dodecafonico, caldo-freddo delle cromie -  le tinte calde, si sa, avvicinano le immagini dipinte, le fredde le distanziano – l’armonia di dissonanze danno alle sue Storie sacre, ai volti del Cristo morto sindonico il ritmo vibrato del respiro, del battito del cuore. Il volto di Cristo che dipinge Daniela Dian è vivo, è il volto del Risorto, della speranza evangelica.  “La vita si è resa visibile e noi l’abbiamo vista” ( Epistola I diGiovanni).

 

SERGIO TURTULICI

 

 

 

ROSSELLA FASANO, CRITICO D'ARTE E ART MANAGER DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE FERRARA PROART, SCRIVE DI DANIELA IN OCCASIONE DI SYMBOLICA 2009, EVENTO IN CUI L'ARTISTA HA ESPOSTO QUATTRO OPERE PRESSO IL CHIOSTRO SAN PAOLO

 

 

Nella pittura di Daniela Dian il tema sacro è presente e sviscerato in maniera nuova e personale.

L’iconografia cristiana convenzionalmente accettata nell’arte sacra non viene certo abbandonata né trasfigurata; da essa Dadì parte per elaborare una nuova arte sacra carismatica, che parla al cuore attraverso immagini che non riconosciamo a primo impatto se non per le continue evocazioni.

Nella sezione dei temi biblici infatti la pittrice si serve della simbologia cristiana di cui si serviva già l’arte bizantina, ma in maniera nuova: senza stravolgere o rinnegare ciò che sia l’arte che la Chiesa hanno fatto propri, Daniela Dian elabora un suo nuovo e personale linguaggio comunicativo.

I personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento non li si riconoscono più dai tratti somatici che li hanno caratterizzati in tutta l’iconografia cristiana dei secoli precedenti, come è avvenuto per le tavole che raffiguravano ad esempio gli apostoli,  il Cristo redentore o la Madonna, ma – e qui sta il nuovo – semplicemente da quella serie di simboli iconografici che da soli servono e bastano a richiamare l’evento rappresentato.

Questo avviene ad esempio in “Pentecoste Blu”, dove una serie di figure umane emergono dal fondo senza un volto riconoscibile, eppure l’evento sacro della Pentecoste, il momento in cui Dio è sceso sugli uomini attraverso lo Spirito Santo è lì a portata di mano, immediato alla vista che richiama alla memoria scene lette o viste nelle tavole medievali.

La composizione pittorica, la combinazione dei personaggi sulla tela, nonché la simbologia usata: solo questi gli elementi dell’arte sacra carismatica di Daniela.

Sempre in Pentecoste Blu l’immediatezza che l’evento sacro raffigurato sia quello e non un altro è dato dal numero delle figure: 12 uomini e una donna raffigurata di spalle facilmente riconoscibile dal mantello azzurro che la ricopre nella Madonna. Sono i 12 Apostoli e Maria a cui Dio dona la nuova legge attraverso lo Spirito Santo.  Tutti i personaggi hanno sul loro capo una lingua di fuoco, il simbolo convenzionalmente accettato dello Spirito Santo che scende sugli apostoli. La lingua di fuoco la troviamo in tutte le rappresentazioni dal periodo bizantino fino all’arte cristiana contemporanea. È proprio la memoria e il mantenere determinata simbologia che fa del messaggio racchiuso nelle opere di Daniela Dian un messaggio eterno e senza tempo.

Nella tela della Pentecoste è facilmente individuabile una sorta di sequenza delle scene, proprio come avveniva per gli affreschi di giottiana memoria, dove il racconto e il messaggio erano rappresentati in maniera leggibile in modo tale che anche gli analfabeti potessero capire. Così Dadì si serve di linee essenziali e simboli parte ormai del patrimonio collettivo per parlare ai nuovi analfabeti, a quelli cioè che non conoscono le Sacre Scritture e il messaggio in esse contenuto.

Gli apostoli sono stretti insieme attorno a una lampada a olio che volutamente occupa il centro della composizione. La lampada infatti rappresenta il momento della Preghiera, il sine qua non dell’evento sacro in sé. Quasi a creare una simmetria di valori, nella parte superiore del dipinto una colomba bianca diventa il punto focale delle linee prospettiche: è lo spirito santo nella Trinità, ma anche simbolo di pace.

Tutta la composizione pittorica si staglia all’interno di due linee semicircolari che formano un pesce. Il pesce è un simbolo paleocristiano antichissimo. Attraverso l’utilizzo di questo “segno” di origine pagana i primi cristiani si riconoscevano tra loro per sfuggire alle persecuzioni.

Ben presto la parola greca che vuol dire pesce (ichthýs) è diventata nel linguaggio cristiano un acronimo per indicare la figura del Cristo. Poi acquisito anche dall’iconografia sacra il pesce è diventato il simbolo dell’abbondanza: nel Nuovo Testamento Gesù sfamò un’intera comunità con due pesci e cinque pani, e come non ricordare la pesca miracolosa…

Fare arte sacra oggi, significa conoscere non solo le Sacre Scrittura, ma anche tutto quel bagaglio artistico fatto di simboli icone e immagini che dall’epoca paleocristiana sono arrivati alla nostra tradizione.

La scelta di certe tematiche e il metodo pittorico avvicinano la pittura di Daniela Dian al vigore scenico dei disegni preparatori del Pontormo: il forte messaggio e la volontà comunicativa sono il segno di un forte sentimento di fede. Mentre l’uso dei colori, delle linee e la scelta delle composizioni deve molto a Picasso per i volti e i corpi resi fino all’essenziale, espressione dell’uguaglianza tra gli uomini; ma anche tanto a Chagall, che come Daniela Dian riponeva nelle sue opere il proprio personalissimo messaggio di speranza e fede. 

Rossella Fasano 26 agosto 2009

 

 

 

 Il Maestro CARLO DEZZANI pittore e scultore scrive di Daniela

 www.dezzaniarte.com

 

Nell'intimistica religiosità della Dian, emerge il Suo credo attraverso la creazione profonda dei volti Sindonici di Cristo. Ella li rappresenta sì col volto della sofferenza, ma li dipinge con i pesci biblici della Resurrezione di colore rosso e verde. Pesci che stanno ad indicare l'abbondanza universale di Dio e dell'umanità credente. Volti sofferenti che stanno ad indicare un buio periodo dell'artista ma anche una creatività risolta con l'arrivo di entrambe le luci: religiosa e coloristica. Nella rappresentazione del"Cantico dei Cantici" la Dian esprime con colori tenui, la sua passione tenuta in serbo nel cuore per l'arrivo del Suo amato. Figure eteree e oniriche dove il colore sprigiona la sua visione di una vita vissuta intimisticamente. Molto importante è l'Amore universale e personale, dove Lei si ritrova abbracciata dalle cose che ama e che Lei stessa abbraccia ogni qualvolta sente dentro  sé qualche paura emergere dal suo Io. Non solo colori tenui ma anche vivi, rossi viola e perchè nò, in alcuni compare anche il nero per smitizzare un passato difficoltoso. Sono figure che si muovono leggiadre, volano, camminano sospese.

Una Cristianità quindi indiscutibile la Sua, una creatività che fa emergere con una volontà che la distingue dagli altri. Molteplici i riferimenti coloristici e gestuali a grandi artisti quali Klee,Van Gogh, e Mirò. Altresì in alcune opere scorgiamo anche dei riferimenti al Naif di Ligabue.

I Suoi"Gatti"? Sono l'espressione del magico che c'è nella vita, qualcosa al di là del terreno in cui a volte non vogliamo credere. Ricordiamo che nell'Egitto il Gatto era considerato una figura Sacra, dotata di poteri soprannaturali. Gli vogliamo togliere al gatto il paganesimo ed elevarlo alla trasfigurazione di Cristo con tutta la Sua potenza e univertsalità? In fondo Cristo non ha riconciliato in sé tutti gli esseri del cielo e della terra? (Cf Col 1,20)

Tante altre sono le opere vissute e da vivere della Dian, tra cui"Rosso fuoco","Purezza","Donne 2001","Notturno2005""e "Paesaggio2003".

In esse si vive un'atmosfera di calore interiore che l'artista
ci vuole trasmettere per poter vivere in un'altra dimensione che non sia necessariamente terrena.

La vita è una prova continua per tutti, ma se riusciamo ad entrare nel mondo inti-mistico, nella fede e nei paesaggi profondamente vivi di colore e "MAGIA"di Dadì, certamente saremo più sereni e più vicini a Dio".
Entrate in punta di piedi teneramente nel Suo mondo.

 

Carlo Dezzani 14 giugno 2009

  

INCONTRO  CON  L’ARTE

DI

DANIELA  DIAN

 

Commenti a seguito dell'esposizione di Daniela Dian su ARTE-POESIA e TECNOLOGIA, Viale Ionio n°90 Marina di Ginosa TA, da 1 giugno 2008 a 30 settembre 2008

 

All’interno della sua più vasta produzione esposta in questa mostra, Daniela Dian rivolge al suo pubblico una  sfida ulteriore che ha già posto con se stessa, quella di rappresentare qualcosa che sappiamo essere difficilissimo, se non impossibile, da rappresentare: il volto del Cristo. Una sfida non da poco, per un’artista di oggi che, al cospetto di una lunghissima tradizione figurativa, non può accontentarsi della riproposizione di icone già lungamente assorbite dalla tradizione occidentale, come quella dell’Oriente ortodosso e bizantino. Non è un caso se, concentratasi su una effigie riconoscibile – e riconosciuta – del Cristo, la sua ricerca si svolge per piccole variazioni sul tema, a riprova che ciò che interessa Daniela va anche oltre il semplice dato pittorico e iconografico. E sono sicuro che questo non possa lasciare insensibile, fra il suo pubblico, tanto chi crede quanto chi non crede.

Nell’un caso o nell’altro, dal punto di vista strettamente pittorico, ciò che Daniela declina, ad ogni variazione, sono anche i frutti delle sue ricerche parallele su altri soggetti, siano essi altre figure, o paesaggi o nature morte; in tutti, il dato più evidente è la sua forte, intensa sensibilità al colore: a volte solare e gioiosa, vicina alle suggestioni fauviste, a volte più melanconica e assertiva, come gli sguardi sulla natura dell’Espressionismo nordico; più spesso eterea, sognante come il mondo onirico, pittoricamente parallelo di Chagall. Sempre, però, fortemente evocativa, riflesso molteplice e sublimato di una tensione forte alla ricerca, e di una pervicacia che ci pare il segno più promettente per un’artista che apre il suo contatto con il pubblico e che certo, per questo, vive un’inevitabile apprensione.

Ecco perché, all’interno degli altri temi svolti nella sua pittura, la sezione con le immagini di carattere religioso, e quelle del Cristo in particolare, rappresenta la sfida più importante. Perché si tratta di un tema preciso, forte, che richiede forse in chi guarda un’attenzione supplementare e nel contempo indica in modo preciso come il rapporto di Daniela con la pittura travalica la sfera emozionale: vi è sempre un metro intellegibile nella sua ricerca, e però non si fa mai intellettualistico; vi è un approccio forte, direi persino fisico col colore, ma che non diventa compiacente verso una gestualità fine a se stessa né tanto meno verso un più “pacificante” decorativismo; vi è, ancora, una vocazione alla narrazione, sì, come ogni genuina attività espressiva che provi a confrontarsi col reale; ma essa non diventa mai descrittiva, didascalica.

Ecco dunque perché la libertà creativa di Daniela, innervata dalla forza del colore e inverandosi in esso, è innanzitutto libertà di pensiero, che è la sola condizione perché, tanto più nel caso di un’artista, si possa trovare una qualche verità prima di tutto dentro noi stessi, prima ancora che, in questo caso, nella pittura. Né, reciprocamente, può darsi pittura degna di questo nome che non sia strumento di verità. Peraltro, le stesse prove poetiche scritte di Dadì  sono lì a testimoniare come, con registri differenti, le linee della sua ricerca sono quelle del suo modus vivendi, se non della sua testimonianza.

Ma, tornando alla pittura, tale condizione di libertà è ancora più discriminante se si ha l’ambizione di fare pittura che valga e che duri; perché, sia che guardiamo alla riaffermazione di una espressione ieratica del volto di Cristo, sia che ci lasciamo rapire dalle evocazioni favolistiche di amanti senza tempo e senza identità, o ancora se guardiamo un paesaggio o una trama di puro colore, è sempre come entrare in prima persona in media res, senza scorciatoie, all’interno di questo percorso dell’autrice; partecipiamo di un’epifania panica e interrogante, certo non sempre pacificante, come dicevamo, ma che fruttifica in modo naturale, benefico, in una risorgenza d’animo e in una rinnovata innocenza dello sguardo. Fortunati partecipi di questo percorso – è così per quel che mi riguarda – restiamo assorti ad auscultare, col rumore di fondo degli occhi e l’intelligenza del cuore, gli impulsi vitali che Daniela ci consegna con la sua pittura.

E saremo infine anche in attesa, un’attesa curiosa, che sentiamo essere promettente, di ritrovare presto Dadì alle sue prossime prove.

 

Roberto Perrone

Dicembre 2008