Daniela Dian

ROSSELLA FASANO, CRITICO D'ARTE E ART MANAGER DELL'ASSOCIAZIONE CULTURALE FERRARA PROART, SCRIVE DI DANIELA IN OCCASIONE DI SYMBOLICA 2009, EVENTO IN CUI L'ARTISTA HA ESPOSTO QUATTRO OPERE PRESSO IL CHIOSTRO SAN PAOLO

 

 

Nella pittura di Daniela Dian il tema sacro è presente e sviscerato in maniera nuova e personale.

L’iconografia cristiana convenzionalmente accettata nell’arte sacra non viene certo abbandonata né trasfigurata; da essa Dadì parte per elaborare una nuova arte sacra carismatica, che parla al cuore attraverso immagini che non riconosciamo a primo impatto se non per le continue evocazioni.

Nella sezione dei temi biblici infatti la pittrice si serve della simbologia cristiana di cui si serviva già l’arte bizantina, ma in maniera nuova: senza stravolgere o rinnegare ciò che sia l’arte che la Chiesa hanno fatto propri, Daniela Dian elabora un suo nuovo e personale linguaggio comunicativo.

I personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento non li si riconoscono più dai tratti somatici che li hanno caratterizzati in tutta l’iconografia cristiana dei secoli precedenti, come è avvenuto per le tavole che raffiguravano ad esempio gli apostoli,  il Cristo redentore o la Madonna, ma – e qui sta il nuovo – semplicemente da quella serie di simboli iconografici che da soli servono e bastano a richiamare l’evento rappresentato.

Questo avviene ad esempio in “Pentecoste Blu”, dove una serie di figure umane emergono dal fondo senza un volto riconoscibile, eppure l’evento sacro della Pentecoste, il momento in cui Dio è sceso sugli uomini attraverso lo Spirito Santo è lì a portata di mano, immediato alla vista che richiama alla memoria scene lette o viste nelle tavole medievali.

La composizione pittorica, la combinazione dei personaggi sulla tela, nonché la simbologia usata: solo questi gli elementi dell’arte sacra carismatica di Daniela.

Sempre in Pentecoste Blu l’immediatezza che l’evento sacro raffigurato sia quello e non un altro è dato dal numero delle figure: 12 uomini e una donna raffigurata di spalle facilmente riconoscibile dal mantello azzurro che la ricopre nella Madonna. Sono i 12 Apostoli e Maria a cui Dio dona la nuova legge attraverso lo Spirito Santo.  Tutti i personaggi hanno sul loro capo una lingua di fuoco, il simbolo convenzionalmente accettato dello Spirito Santo che scende sugli apostoli. La lingua di fuoco la troviamo in tutte le rappresentazioni dal periodo bizantino fino all’arte cristiana contemporanea. È proprio la memoria e il mantenere determinata simbologia che fa del messaggio racchiuso nelle opere di Daniela Dian un messaggio eterno e senza tempo.

Nella tela della Pentecoste è facilmente individuabile una sorta di sequenza delle scene, proprio come avveniva per gli affreschi di giottiana memoria, dove il racconto e il messaggio erano rappresentati in maniera leggibile in modo tale che anche gli analfabeti potessero capire. Così Dadì si serve di linee essenziali e simboli parte ormai del patrimonio collettivo per parlare ai nuovi analfabeti, a quelli cioè che non conoscono le Sacre Scritture e il messaggio in esse contenuto.

Gli apostoli sono stretti insieme attorno a una lampada a olio che volutamente occupa il centro della composizione. La lampada infatti rappresenta il momento della Preghiera, il sine qua non dell’evento sacro in sé. Quasi a creare una simmetria di valori, nella parte superiore del dipinto una colomba bianca diventa il punto focale delle linee prospettiche: è lo spirito santo nella Trinità, ma anche simbolo di pace.

Tutta la composizione pittorica si staglia all’interno di due linee semicircolari che formano un pesce. Il pesce è un simbolo paleocristiano antichissimo. Attraverso l’utilizzo di questo “segno” di origine pagana i primi cristiani si riconoscevano tra loro per sfuggire alle persecuzioni.

Ben presto la parola greca che vuol dire pesce (ichthýs) è diventata nel linguaggio cristiano un acronimo per indicare la figura del Cristo. Poi acquisito anche dall’iconografia sacra il pesce è diventato il simbolo dell’abbondanza: nel Nuovo Testamento Gesù sfamò un’intera comunità con due pesci e cinque pani, e come non ricordare la pesca miracolosa…

Fare arte sacra oggi, significa conoscere non solo le Sacre Scrittura, ma anche tutto quel bagaglio artistico fatto di simboli icone e immagini che dall’epoca paleocristiana sono arrivati alla nostra tradizione.

La scelta di certe tematiche e il metodo pittorico avvicinano la pittura di Daniela Dian al vigore scenico dei disegni preparatori del Pontormo: il forte messaggio e la volontà comunicativa sono il segno di un forte sentimento di fede. Mentre l’uso dei colori, delle linee e la scelta delle composizioni deve molto a Picasso per i volti e i corpi resi fino all’essenziale, espressione dell’uguaglianza tra gli uomini; ma anche tanto a Chagall, che come Daniela Dian riponeva nelle sue opere il proprio personalissimo messaggio di speranza e fede. 

Rossella Fasano 26 agosto 2009

 

 

 

 Il Maestro CARLO DEZZANI pittore e scultore scrive di Daniela

 www.dezzaniarte.com

 

Nell'intimistica religiosità della Dian, emerge il Suo credo attraverso la creazione profonda dei volti Sindonici di Cristo. Ella li rappresenta sì col volto della sofferenza, ma li dipinge con i pesci biblici della Resurrezione di colore rosso e verde. Pesci che stanno ad indicare l'abbondanza universale di Dio e dell'umanità credente. Volti sofferenti che stanno ad indicare un buio periodo dell'artista ma anche una creatività risolta con l'arrivo di entrambe le luci: religiosa e coloristica. Nella rappresentazione del"Cantico dei Cantici" la Dian esprime con colori tenui, la sua passione tenuta in serbo nel cuore per l'arrivo del Suo amato. Figure eteree e oniriche dove il colore sprigiona la sua visione di una vita vissuta intimisticamente. Molto importante è l'Amore universale e personale, dove Lei si ritrova abbracciata dalle cose che ama e che Lei stessa abbraccia ogni qualvolta sente dentro  sé qualche paura emergere dal suo Io. Non solo colori tenui ma anche vivi, rossi viola e perchè nò, in alcuni compare anche il nero per smitizzare un passato difficoltoso. Sono figure che si muovono leggiadre, volano, camminano sospese.

Una Cristianità quindi indiscutibile la Sua, una creatività che fa emergere con una volontà che la distingue dagli altri. Molteplici i riferimenti coloristici e gestuali a grandi artisti quali Klee,Van Gogh, e Mirò. Altresì in alcune opere scorgiamo anche dei riferimenti al Naif di Ligabue.

I Suoi"Gatti"? Sono l'espressione del magico che c'è nella vita, qualcosa al di là del terreno in cui a volte non vogliamo credere. Ricordiamo che nell'Egitto il Gatto era considerato una figura Sacra, dotata di poteri soprannaturali. Gli vogliamo togliere al gatto il paganesimo ed elevarlo alla trasfigurazione di Cristo con tutta la Sua potenza e univertsalità? In fondo Cristo non ha riconciliato in sé tutti gli esseri del cielo e della terra? (Cf Col 1,20)

Tante altre sono le opere vissute e da vivere della Dian, tra cui"Rosso fuoco","Purezza","Donne 2001","Notturno2005""e "Paesaggio2003".

In esse si vive un'atmosfera di calore interiore che l'artista
ci vuole trasmettere per poter vivere in un'altra dimensione che non sia necessariamente terrena.

La vita è una prova continua per tutti, ma se riusciamo ad entrare nel mondo inti-mistico, nella fede e nei paesaggi profondamente vivi di colore e "MAGIA"di Dadì, certamente saremo più sereni e più vicini a Dio".
Entrate in punta di piedi teneramente nel Suo mondo.

 

Carlo Dezzani 14 giugno 2009

  

INCONTRO  CON  L’ARTE

DI

DANIELA  DIAN

 

Commenti a seguito dell'esposizione di Daniela Dian su ARTE-POESIA e TECNOLOGIA, Viale Ionio n°90 Marina di Ginosa TA, da 1 giugno 2008 a 30 settembre 2008

 

All’interno della sua più vasta produzione esposta in questa mostra, Daniela Dian rivolge al suo pubblico una  sfida ulteriore che ha già posto con se stessa, quella di rappresentare qualcosa che sappiamo essere difficilissimo, se non impossibile, da rappresentare: il volto del Cristo. Una sfida non da poco, per un’artista di oggi che, al cospetto di una lunghissima tradizione figurativa, non può accontentarsi della riproposizione di icone già lungamente assorbite dalla tradizione occidentale, come quella dell’Oriente ortodosso e bizantino. Non è un caso se, concentratasi su una effigie riconoscibile – e riconosciuta – del Cristo, la sua ricerca si svolge per piccole variazioni sul tema, a riprova che ciò che interessa Daniela va anche oltre il semplice dato pittorico e iconografico. E sono sicuro che questo non possa lasciare insensibile, fra il suo pubblico, tanto chi crede quanto chi non crede.

Nell’un caso o nell’altro, dal punto di vista strettamente pittorico, ciò che Daniela declina, ad ogni variazione, sono anche i frutti delle sue ricerche parallele su altri soggetti, siano essi altre figure, o paesaggi o nature morte; in tutti, il dato più evidente è la sua forte, intensa sensibilità al colore: a volte solare e gioiosa, vicina alle suggestioni fauviste, a volte più melanconica e assertiva, come gli sguardi sulla natura dell’Espressionismo nordico; più spesso eterea, sognante come il mondo onirico, pittoricamente parallelo di Chagall. Sempre, però, fortemente evocativa, riflesso molteplice e sublimato di una tensione forte alla ricerca, e di una pervicacia che ci pare il segno più promettente per un’artista che apre il suo contatto con il pubblico e che certo, per questo, vive un’inevitabile apprensione.

Ecco perché, all’interno degli altri temi svolti nella sua pittura, la sezione con le immagini di carattere religioso, e quelle del Cristo in particolare, rappresenta la sfida più importante. Perché si tratta di un tema preciso, forte, che richiede forse in chi guarda un’attenzione supplementare e nel contempo indica in modo preciso come il rapporto di Daniela con la pittura travalica la sfera emozionale: vi è sempre un metro intellegibile nella sua ricerca, e però non si fa mai intellettualistico; vi è un approccio forte, direi persino fisico col colore, ma che non diventa compiacente verso una gestualità fine a se stessa né tanto meno verso un più “pacificante” decorativismo; vi è, ancora, una vocazione alla narrazione, sì, come ogni genuina attività espressiva che provi a confrontarsi col reale; ma essa non diventa mai descrittiva, didascalica.

Ecco dunque perché la libertà creativa di Daniela, innervata dalla forza del colore e inverandosi in esso, è innanzitutto libertà di pensiero, che è la sola condizione perché, tanto più nel caso di un’artista, si possa trovare una qualche verità prima di tutto dentro noi stessi, prima ancora che, in questo caso, nella pittura. Né, reciprocamente, può darsi pittura degna di questo nome che non sia strumento di verità. Peraltro, le stesse prove poetiche scritte di Dadì  sono lì a testimoniare come, con registri differenti, le linee della sua ricerca sono quelle del suo modus vivendi, se non della sua testimonianza.

Ma, tornando alla pittura, tale condizione di libertà è ancora più discriminante se si ha l’ambizione di fare pittura che valga e che duri; perché, sia che guardiamo alla riaffermazione di una espressione ieratica del volto di Cristo, sia che ci lasciamo rapire dalle evocazioni favolistiche di amanti senza tempo e senza identità, o ancora se guardiamo un paesaggio o una trama di puro colore, è sempre come entrare in prima persona in media res, senza scorciatoie, all’interno di questo percorso dell’autrice; partecipiamo di un’epifania panica e interrogante, certo non sempre pacificante, come dicevamo, ma che fruttifica in modo naturale, benefico, in una risorgenza d’animo e in una rinnovata innocenza dello sguardo. Fortunati partecipi di questo percorso – è così per quel che mi riguarda – restiamo assorti ad auscultare, col rumore di fondo degli occhi e l’intelligenza del cuore, gli impulsi vitali che Daniela ci consegna con la sua pittura.

E saremo infine anche in attesa, un’attesa curiosa, che sentiamo essere promettente, di ritrovare presto Dadì alle sue prossime prove.

 

Roberto Perrone

Dicembre 2008